Sempre le solite scorie…
Novembre 30, 2007

L’Italia “ferma” sul No al Nucleare
Vent’anni fa (8-9 novembre 1987) il popolo italiano, spinto dal disastro nucleare alla centrale di Chernobyl (Ucraina - 26 aprile 1986), che comportò ingenti danni a persone, cose, generi alimentari per la quantità di radiazioni rilasciata (pari a 200 volte quelle rilasciate in occasioni della bomba sganciata dagli USA su Hiroshima al termine della II Guerra Mondiale), si mobilitò per il referendum abrogativo sul nucleare sposando, con una percentuale bulgara di circa l’80% (i quesiti referendari erano tre ed ottennero percentuali quali 80.6%, 79.7%, 71.9%), la linea contraria alla localizzazione di impianti elettronucleari sul territorio italiano, ai contributi a regioni aventi impianti ed alla partecipazione dell’Enel alla realizzazione di impianti all’estero.
Ma a distanza di vent’anni, nonostante la ricerca e la possibilità di utilizzare le fonti rinnovabili come il sole, i politici nostrani, riuniti in una coalizione trasversale che esclude solo la sinistra “radicale” , sono ancora affascinati dalla sperimentazione dell’energia atomica. Tutti insieme, amorevolmente, a loro avviso, per abbattere i costi dell’energia, sulla spinta emotiva dell’aumento del petrolio. Ma sarà veramente cosi? Volutamente si tace sul problema dello smaltimento delle scorie da produrre (un insidioso regalino per noi e le generazioni future, proprio come per l’indebitamento pubblica, tutt’ora assestato sui 104mld di euro) e sul luogo in cui smaltirle.
Deposito unico
Nonostante il referendum del 1987, le scorie nucleari sul nostro territorio sono ancora presenti: viene stimato che, senza mutamenti della situazione attuale, la quantità di rifiuti da trattare ammonterebbe a 90 mila metri cubi (25 mila già stoccati negli oltre 20 siti presenti in 11 regioni italiane; altri 65 mila provenienti dallo smaltimento degli impianti nucleari dismessi. A ciò si aggiungerebbe la produzione media annuale per usi medico-industriale di 1000 metri cubi).
Un’altra Scanzano?
Lo scorso governo, quello guidato da Silvio Berlusconi, si era posto la stessa domanda dell’attuale: dove mettiamo le scorie? Senza consultare nessuno, saltò fuori la proposta di seppellire le scorie nucleari (categoria II e III, che decadono in un periodo che va da qualche decennio a qualche centinaia di migliaia di anni) in un territorio incontaminato (se non dalle industrie chimiche e dal centro nucleare di Trisaia di Rotondella), luogo di forte povertà (23% nel 2007), che vive grazie al turismo (si pensi a Policoro, Scanzano, Novasiri, ma anche la stessa Matera), proprio in riva al mare. Risultato? Scanzano Jonico, località: Terzo Cavone. Della serie: fatti una domanda e datti una risposta, ma la peggiore che ci possa essere. Ma dopo la massiccia ed imponente mobilitazione di Scanzano (23 novembre 2003 – 100.000 persone) il decreto n.314 del 13.11.2003 fu cancellato, ed ora? Che fine fanno le scorie? La Conferenza dei Presidenti delle Regioni, fermo restando la volontà dell’attuale governo di procedere verso il sito unico nazionale, e cercando di evitare l’effetto Nimby (ovvero No nel mio giardino) dei vari territori italiani, lavorerà con il tecnico della Regione Basilicata, Massimo Scudieri, per definire i criteri per un nuovo deposito nazionale di rifiuti superficiale o sub-superficiale.
Il ritorno delle 64 barre di uranio? Magari…
Scampato, nell’immediato il problema Scanzano, ci si è dimenticati di un vecchio problema, quello della centrale Itrec di Rotondella dove, dal 1963, sono ancora presenti 64 delle 84 barre di uranio-torio (rifiuti allo stato liquido, altamente radioattivi) provenienti direttamente da Elk River (USA) per essere riprocessate. Le rimanenti barre (64) di uranio-torio dovevano subire, dopo l’esito referendario, un processo di decommissioning (dismissione, pagato da noi cittadini con ben 100 euro all’anno all’Enel)… ma le barre sono ancora li ed i veri e propri proprietari, gli americani, non sono intenzionati a riprendersele. Il problema più rilevante è quello relativo alla sicurezza, ed incidenti ve ne sono stati: nel 1993 incidente alla tubatura; nel 1994 rottura serbatoio, con relativa perdita di liquido radioattivo nel terreno. Inoltre secondo i dati del Ministero della Salute, dal 1980 al 1998 vi è stato un forte aumento, del 50%, dei decessi per patologia neoplatistica. Pura casualità?
Basilicata: mare, monti, scorie e mafia
Che da tempo si pensasse alla Basilicata come pattumiera d’Italia è ormai noto, e non riguarda solo le scelte degli ultimi due governi. Nel 1978 volevano costruire una centrale nucleare in Trisaia (Rotondella) e un deposito di scorie a Craco nei Calanchi. A Ferrandina, invece, volevano realizzare una centrale a fusione nucleare. Stupendi ecomostri che avrebbero portato una regione martoriata dall’estrazione del petrolio al definitivo k.o. Ma la geniale idea di porre in Basilicata le scorie e materiale radioattivo non è tutelata dal diritto d’autore. Anche la ‘ndrangheta pensò bene di fare la stessa cosa. Secondo quanto documento anni or sono dal settimanale L’Espresso (i dati riportati sono suscettibili a modifiche per gli atti giudiziari che si susseguono da anni) ed inerente la collaborazione fra un pentito mafioso e l’Antimafia agli inizi del 1990, nel 1982 il mafioso Giuseppe Nirta ed i responsabili dei territorio di San Luca (il paese degli stragisti di Duisburg) e Mammasantissima avevano ricevuto la commissione di stoccare bidoni di rifiuti tossici ed occultarli in Calabria, in alcuni punti dell’Aspromonte e nelle fosse marine oppure all’esterno. Alla fine si decise di stoccare i 600 bidoni di rifiuti tossici e radioattivi in Basilicata per poi trasportarli, con 40 camion, a Livorno ed essere imbarcati su una nave diretta in Somalia (altro cimitero naturale). La nave, tuttavia, aveva una capienza per 500 bidoni e cosi, gli altri 100, tornarono in Basilicata dove furono seppelliti nel comune di Pisticci in località Coste della Crestagna. Dei fusti, tuttavia, non è stato trovato nulla, nonostante la ricerche accurate. L’unico materiale trovato, nel 2003 a Pisticci, nel territorio di Fosso Lavandaio, legato sicuramente ad altri traffici, è stato disseppellito e negli ultimi giorni si sta provvedendo alle operazioni di bonifica
Insomma… la Basilicata si conferma l’isola felix, dei traffici felices.
(Articolo pubblicato su Blogmag Dicembre da Leonardo Madio)
Entry Filed under: Uncategorized. Tag: nucleare, scanzano, scorie, somalia, traffici.
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1.
Francesco | Dicembre 2, 2007 at 9:04 am
Bellissimo articolo Leo.Fortunatamente la lotta contro le innumerevoli schifezze in Regione continua..Una sola omissione: le 64 barre di Elk River non sono soltanto gli unici gioellini giunti dall’USA e ora custoditi a Rotondella. Di barre nel ‘63 ne arrivarano ben 84 e 20 furono subito stoccate producendo 3 tonnellate di rifiuti radioattivi LIQUIDI..sistemazione?? 2 cisterne ( o serbatoi come li hai chiamati tu ) da 20 anni senza bollini di sicurezza ( praticamente a rischio deterioraremento, vedi il 1994 ).
Un saluto a tutti i Compagni dell’UDS di Matera.. continuate così..
2.
Leonardo Madio | Dicembre 2, 2007 at 10:14 am
Si, sono conscio dell’omissione. Purtroppo il giornalino ha un tot. numero di batture previste (6100-6400) ed ho dovuto fare i salti mortali per evitare di “non dire” qualcosa e per inserire gli ultimi aggiornamenti relativi al tavolo nazionale.
Ci sentiamo presto
3.
mikey | Febbraio 26, 2008 at 10:57 am
Un articolo che fa luce! Sono consigliere comunale a Craco e mi sono battuto per scoprire gli arcani misteri di dove volessero ed avessero nascosto le scorie tossiche in eccedenza, ma chiaramente tutto è coperto dal segreto istruttorio, mi batto affinchè questo non capiti più ed il vostro articolo finalmente chiarifica le cose, ancora ci dicono che non è vero nulla di tali progetti arcani e che nulla si è mai trovato!!