Immigrazione, integrazione, indignazione
Novembre 30, 2007
Il principale rischio che si corre quando bisogna affrontare un argomento di cui tutti hanno già parlato non è tanto legato
alla paura di scadere nel banale (cosa che, diciamoci pure la verità, talvolta è quasi impossibile da evitare), quanto al timore di non riuscire a cogliere realmente l’essenza del problema, spinti dalla presunzione del dire qualcosa di diverso. Ebbene, tutto nasce da quando il Parlamento dell’Informazione, i cui membri non potevano non essere che i cronisti mediatici, ha eletto Novembre a mese della questione Immigrazione. Poteva scegliere il tema inquinamento (i dati sulle malformazioni che sta causando in Giappone sono davvero allarmanti), scuola (vabbè, quello ormai viene scartato a priori), violenza sulle donne, “mal di vivere” giovanile che ha spinto l’ennesimo ragazzo al suicidio, crisi politica e tanti altri ancora; invece, ha deciso che l’opinione pubblica italiana dovesse necessariamente far finta di interessarsi alla questione delle minoranze straniere e della xenofobia. Premettendo che l’intenzione non è affatto quella di sminuire un tema di così grande attualità e valore, ritengo necessario puntare ancora una volta il dito contro una società e una classe politica che non realizza l’importanza e la delicatezza di determinati equilibri e tensioni e continua a strumentalizzare questioni come queste per condurre le proprie battaglie populistiche alla ricerca di consensi. Ma veniamo a noi. E’ ormai risaputo che il nostro Stivale, soprattutto a partire dal crollo del regime sovietico e dagli anni della guerra nell’ex-Jugoslavia, è diventato uno delle mete principali scelte dagli emigranti. Stando ai dati che pubblica il Corriere, gli immigrati regolari in Italia sono circa il 6,2 % della popolazione complessiva, di cui solo il 10,3% è stabilito al Sud. In Basilicata se ne contano circa 30000 di svariate etnie, persino statunitensi (si, sono immigrati anche loro, anche se non vendono fazzoletti ai semafori o non lavorano a nero nei campi). Naturalmente, impossibile dimenticare i tanti cittadini con gli occhi a mandorla, frequentissimi da incontrare lungo le strade centrali di Matera che, udite udite, nel giro di pochissimi anni hanno insegnato ai pigri materani il significato del termine “economia”, “iniziativa” e “impresa”, lasciando a bocca aperta tutti i proprietari di quelle attività commerciali che non hanno mai avuto grande successo. Ma al di là dei numeri, cosa ha prodotto,in una città piccola come la nostra, l’arrivo di nuove comunità e di diverse etnie? Sicuramente sarebbe utopistico parlare di una società multirazziale, ma per una volta i dati sembrano essere confortanti. L’integrazione c’è. Difficile, lenta, non priva di incomprensioni, ma esiste. Il merito? Potremmo citare delle associazioni che indubbiamente la favoriscono, potremmo citare le scuole che si impegnano a far conoscere le culture diverse e anche lo stereotipo del meridionale ospitale, ma forse sarebbe più giusto riconoscerlo a loro. Agli immigrati. Agli immigrati perché la maggior parte di loro è venuta qui per trovare lavoro e l’ha trovato, perché non si dedicano ad attività illegali (si parla, naturalmente, in generale), perché i loro figli giocano con i nostri nei cortili delle scuole, perchè sono riusciti a non creare ghetti, non causano problema o disagio, stanno imparando la nostra lingua, rispettano la nostra cultura e le nostre leggi. Attenzione, dunque, perché Matera partendo da qui è in grado stavolta di dare un enorme contributo a uno dei temi più attuali con i quali lo Stato si trova a dover fare i conti: l’immigrazione non è un male in sè o la causa indiretta dell’aumento dell’illegalità, della violenza o del degrado di una città. Può però diventarlo se non è in grado di creare una rete in cui essa può essere inserita. E a questo punto, è inutile continuare a puntarle il dito contro. Il problema è di un’Italia che deve riacquistare serietà e competenze per poter ridare dignità alla propria società.
(Articolo pubblicato su Blogmag Dicembre – Diana Armento)
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1.
Antonio | Dicembre 10, 2007 at 9:20 pm
Brava Diana, sono daccordo con il fatto che in Italia si stia pensando un po’ troppo a questioni di carattere generale e si lascino da parte i veri problemi che ci riguardano più da vicino. Il vero problema non sono gli immigrati, come hai detto, ma degli italiani che devono recuperare la cultura del rispetto e dell’integrazione, la stessa cultura che ci ha permesso di immigrare per tutto il mondo agli inizi del secolo scorso senza avere o creare problemi.