Siamo con loro

Settembre 28, 2007

Sono ormai diversi giorni che le strade della capitale della Birmania, Rangoon, e di diverse altre città del Paese sono invase da migliaia di manifestanti.

La Birmania è da 45 anni governata da una giunta militare che ha rinominato il Paese Myanmar, e sottoposto i suoi cittadini ad ogni tipo di sopruso pur di contenere il dissenso: arresti, sparizioni, violenze, stupri. Nel 1990 il partito popolare d’opposizione vinse le elezioni, ma questo risultato fu ribaltato dalla giunta militare che imprigionò la loro leader Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace ed ancora oggi agli arresti domiciliari, e costrinse all’esilio gli altri esponenti dell’opposizione. Già nel 1988 gli studenti birmani erano scesi in piazza armati di bandiere rosse con un pavone – simbolo del movimento studentesco locale. Le loro proteste furono represse nel sangue.

Uno scenario non molto diverso, insomma, da quello che ci lasciano percepire le poche immagini che riescono ad infrangere la censura del regime, solo che a differenza di allora oggi in piazza non ci sono più soltanto gli studenti, ma anche e per la prima volta i monaci buddhisti, tradizionalmente lontani dalla politica e considerati santi ed intoccabili. I monasteri buddhisti sono gli unici centri in cui ancora si produce cultura e dove migliaia di bambini vengono istruiti, gli unici posti in cui la repressione del Governo non può entrare.

Questa volta, invece, sono stati i monaci ad uscire. Perchè questa volta ad essere toccati sono stati i prezzi dei beni primari, come il riso, che costringono alla fame l’intera popolazione ed in particolare i monaci che vivono di offerte. I politici della giunta militare ed i loro amici, invece, godono degli enormi proventi dell’economia nazionale, ricca di idrocarburi e pietre preziose.

Ma la repressione in questi giorni non ha risparmiato nessuno. L’esercito sta sparando sulla folla dei manifestanti: le notizie ufficiali parlano di nove morti, tra cui un giornalista giapponese che stava documentando le proteste. Anche i monasteri sono stati violati e centinaia di monaci sono stati picchiati ed arrestati.

Ma dalla comunità internazionale le reazioni sono ancora troppo deboli e fumose. I Consiglio dell’ONU, per esempio, non ha potuto votare una risoluzione che prevedeva sanzioni per il regime di Myanmar a causa della contrarietà di Russia e Cina. Ma neanche l’Unione Europea ha preso una posizione decisa nei confronti del Governo della giunta militare. Nessuno, inoltre, ha messo in atto reali contromisure, come il blocco delle attività delle numerose multinazionali europee e statunitensi che fanno affari nel Paese, anche accettando lo sfruttamento del lavoro forzato ed altri abusi dei diritti dei lavoratori.

Non possiamo accettare che la popolazione birmana sia costretta a subire costanti violazioni dei propri diritti umani e la privazione delle proprie libertà fondamentali come il diritto d’espressione e d’informazione. Non possiamo permettere che le istanze della popolazione civile vengano nuovamente represse nel sangue e che le violazioni dei diritti umani commesse dalla giunta militare vengano giustificate dagli interessi economici dei potenti.

Ora più che mai è necessario che la popolazione birmana non venga lasciata da sola. Dobbiamo fare in modo che questa questione non sia soltanto lo scoop di pochi giorni, ma che continui a rimanere al centro dell’attenzione finchè il movimento popolare non sarà stato in grado di riappropriarsi delle proprie libertà e dei propri diritti. Dobbiamo fare in modo che i nostri Governi lascino da parte i propri interessi economici e facciano fronte comune contro un regime dittatoriale e repressivo, sostenendo con forza la causa della democrazia portata avanti dal popolo birmano, dai suoi studenti, dai suoi monaci.

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